Sterilità maschile, ventenni infecondi

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I ventenni maschi sono sterili: è allarme. Perché è importante curare in maniera equilibrata alimentazione e attività fisica credo lo si possa evincere in ciascuno degli articoli pubblicati su ilfitness.com.

Migliaia di motivazioni a cui, purtroppo, tocca ora aggiungerne un’altra, spiacevole perché fotografa una realtà amara in prospettiva. I risultati di tre ricerche condotte dalla Società Italiana di andrologia e medicina della sessualità (Siams) portano i medici a lanciare l’allarme: gli uomini stanno diventando sterili, gli spermatozoi sono infecondi e i giovani hanno minore capacità riproduttiva dei propri genitori.

Argomento delicato, lo riconosco e, pur essendo donna – e forse proprio per questo colgo con trasporto la questione – dopo aver letto la notizia sono rimasta parecchio turbata.

E mi auguro di cuore si possa con altrettanta prontezza individuare soluzioni che arginino il problema. Che, beninteso, è un problemone.

Il 33,4% dei ragazzi sottoposti all’indagine Siams (età media 20 anni!) è ipofertile, l’11,7% è gravemente ipofertile: ciò significa che rischia di non poter avere figli. Più di una le cause dell’infertilità: gas di scarico, inquinamento e pesticidi in primo luogo, con osservazione conseguente che chi vive in metropoli ha il 30% in meno di potenziale fertilità. Rispetto ai quarantenni, i ventenni di oggi hanno una diminuzione del 25% della conta degli spermatozoi. Le conclusioni cui giunge Carlo Foresta, presidente della Siams, sono le seguenti:

“Occorre considerare l’esposizione ambientale a pesticidi, inquinanti ambientali che agiscono come distruttori endocrini, spiazzando le fini regolazioni ormonali che modulano lo sviluppo dell’apparato riproduttivo, durante le prime fasi dell’embriogenesi. Non solo: una influenza negativa sulla fertilità maschile è data anche da obesità, sedentarietà, consumo di alcol, fumo e droghe. Ma anche infezioni e patologie che colpiscono l’apparato riproduttivo maschile. I giovani, vale la pena ricordarlo, sono completamente inconsapevoli del rischio di infertilità: non conoscono i fattori del rischio e non sono abituati controlli andrologici di prevenzione”.

Ed è proprio questo il motivo per cui mi preme scrivere queste poche righe: occorre intervenire dal punto di vista culturale ed educare ciascuno a comportamenti necessari per garantirsi benessere e salute. In una società maschilista come questa, il retaggio è ancora evidente in più di un’azione quotidiana: vent’anni fa si era soliti pensare che alla base di una famiglia senza figli ci fosse l’infertilità (spesso femminile) ma nessuno prendeva la briga di effettuare controlli e visite.

A vent’anni di distanza, e nel bel mezzo di un processo educativo che sta evolvendo, interessa solo sostenere che prendere l’abitudine di aver cura di se stessi è doveroso. Perché un conto è parlare di due chili in eccesso da smaltire, un altro è prendere atto di problematiche assai più complesse che rischiano di sfociare in una situazione che non può essere curata se colpevolmente trascurata.

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